Pemio Nazionale di Poesia e Narrativa dedicato alla Bicicletta e al suo mondo

lunedì 11 settembre 2017

Una lunga e bella chiacchierata con la scrittrice Barbara Fiorio



Alla vigilia del lancio della - speriamo - attesissima IV Edizione de Il Bicicletterario, ci siamo 'regalati' una chiacchierata con Barbara Fiorio, apprezzata scrittrice genovese, simpatica, disponibile, molto seria ma nient'affatto seriosa.
La contattammo per l'ormai lontana seconda edizione, per avere un suo saluto, che puntualmente giunse, con nostro grande piacere. L'anno successivo, la proposta si fece più impegnativa e le chiedemmo di entrare nella nostra Giuria. Accettò, contribuendo così a renderla ancor più prestigiosa e qualificata.
Oltre a scrivere romanzi, è docente di comunicazione e tiene laboratori di scrittura creativa e di scrittura ironica. Il suo primo libro, C'era una svolta (Eumeswil), un saggio ironico sulle fiabe classiche, viene pubblicato nel 2009. I suoi libri successivi sono Chanel non fa scarpette di cristallo (Castelvecchi, 2011), Buona Fortuna (Mondadori, 2013) e Qualcosa di vero (Feltrinelli, 2015).
Dal 2014 organizza e gestisce il Gruppo di Supporto Scrittori Pigri, un laboratorio online di scrittura, spin-off del Gruppo di Supporto Fotografi Pigri organizzato dalla fotografa e illustratrice Sara Lando.
Un suo contributo, Senza freni, è presente sul volume antologico della seconda edizione de Il Bicicletterario (Ruote tra le Righe, 2016).
Qui cerchiamo di conoscerla un po' di più, di esplorare il suo rapporto con la lettura e la scrittura, di scoprire i suoi progetti in corso di realizzazione e per il futuro.
Lasciamo a lei la parola, ché di parole (buone) se ne intende!




Ciao, Barbara: innanzitutto grazie per aver voluto riconfermare la tua presenza in Giuria per la quarta edizione de Il Bicicletterario, di questo magari parleremo poi.
Quel che più ci interessa ora è tentare di conoscerti un po’ meglio, come scrittrice, come donna.
Forse sembrerà scontata questa prima domanda, ma la formuliamo ugualmente: in quale momento della tua vita è scoccata la scintilla della scrittura, e in particolare della ‘scrittura creativa’? 


Intanto grazie a voi per avermi coinvolta nelle vostre bellissime iniziative.
La scintilla della scrittura, per me, è scoccata molto presto, verso gli otto/nove anni. Avevo cominciato da un po’ a leggere da sola libri e fumetti, ne divoravo e non mi bastavano mai, ma non mi bastava neanche leggere, volevo scrivere, inventare mondi fantastici, raccontare storie bellissime. Ho cominciato a quell’età: scrivevo fiabe e sceneggiature per gli spettacoli che facevo coi burattini. Mi piaceva immensamente e siccome quella è l’età in cui tutto sembra possibile, avevo deciso che da grande avrei fatto la scrittrice. Di fiabe, per l’esattezza. Ho continuato a scrivere fino ai diciotto anni, poi ho smesso. Ho proprio smesso di credere di poterlo fare da professionista. Ho finito gli studi, ho cominciato a lavorare, sono diventata grande, autonoma e indipendente e quello che scrivevo lo scrivevo o per lavoro o per divertimento agli amici: mail, post su un blog, biglietti di auguri. 
Non ho mai smesso di leggere, invece. Ho letto una quantità enorme di romanzi, a partire dai classici, e per classici intendo proprio gli antichi greci e latini, li amavo alla follia (tradotti, ovviamente). Ho spaziato tra tutti i generi e questo credo mi abbia dato una formazione inconscia, un bagaglio fondamentale per chi ama scrivere. 
Verso i quarant’anni qualcuno mi ha chiesto di raccogliere in un libro le fiabe vere che io avevo raccontato nella loro versione originale con la mia chiave ironica, il libro è stato pubblicato e da quel momento ho ricominciato a crederci.

Che bambina era Barbara Fiorio, e cosa di quella bambina c’è ancora nella Barbara adulta?

Ero una bambina socievole ma timida, con una fantasia debordante e un’ironia istintiva, non amavo le bambole ma amavo moltissimo gli animali, mi annoiava giocare con le femmine “ai trucchi” o alle mamme anche se ogni tanto mi sforzavo di fare le collane di perline per integrarmi, ma in realtà adoravo Star Wars, i giochi di società, anche scalmanati, le esplorazioni e correre. Ero ipercinetica, in campagna dai nonni andavo sempre in bici, mi piaceva giocare a rincorrersi, il gioco della bandiera, strega comanda colori, arrampicarmi sugli alberi. 
Poi, stavo anche molto da sola. Pensavo, inventavo, facevo parlare i peluche, disegnavo, leggevo, ascoltavo musica, ballavo. Mi piaceva tantissimo stare con gli amici ma avevo anche bisogno dei miei spazi solitari, ero comunque una figlia unica.
Avevo una forte passione per gli animali, che salvavo in continuazione (gatti, cani, uccellini, a casa mia arrivava di tutto) e un senso di giustizia fortissimo: mi cacciavo in lotte feroci per difendere i bambini più deboli, tiravo calci come una forsennata, ne uscivo arruffatissima ma da eroe. Credo che le mie ginocchia abbiano smesso di avere croste verso i quindici anni.
Non sono molto diversa, oggi. Tolte le acerbità tipiche dell’infanzia, forse quello che mi manca di più è quel totale senso di libertà nell’immaginare, nell’inventare, nel credere. Ora mi rendo conto di essere molto più bloccata, metto paletti alla fantasia e io stessa non saprei come toglierli. Non oso come allora, non ho quell’incoscienza e un po’ mi manca.

Hai avuto altri interessi o passioni che, ad un certo punto, sarebbero potuti diventare il leitmotiv della tua vita o comunque la tua occupazione principale?

Sì, il teatro. Mia madre ha cominciato a portarmi a teatro da quando avevo quattro anni e non ha mai smesso, tanto che a poco più di vent’anni, dopo gli studi universitari, è lì che ho iniziato a lavorare. Non sul palcoscenico, ma dietro le quinte, nella comunicazione, nella promozione, nell’organizzazione. Amo il teatro e ho amato quel lavoro, che ho fatto per una dozzina d’anni. Ma per varie ragioni l’ho lasciato, sentivo che era arrivato il momento di cambiare, ero ferma nella mia crescita professionale, non trovavo più stimoli, ho voluto sperimentare altro, ma ho amato lavorare in teatro tanto quanto amo scrivere. Continuo a vederne, continua a essere una mia passione, anche se è sempre più raro che mi stupisca, ma quando lo fa, oh, quando lo fa mi sento così ricca!

Come hai invece capito che da un certo punto in poi saresti stata ‘Barbara Fiorio – scrittrice’?

Dopo la pubblicazione del mio secondo libro. A quel punto ho cominciato a crederci sul serio e a sentire che era quello il mio essere, che quella ero proprio io. Il primo libro era, come ho raccontato, una raccolta di fiabe classiche rinarrate in chiave fedele ma ironica, non un romanzo, non un vero mettersi alla prova, era stato più un gioco. Però ero stata pubblicata subito, era un piccolo editore, distribuzione limitata, non mi ha chiesto un euro per pubblicarmi (come dovrebbero fare tutti i veri editori, non importa quanto piccoli) e per me era stato un centro al primo tiro.
Stessa cosa col secondo libro, stavolta un romanzo, un altro centro al primo tiro, un altro editore, questo un po’ più grande, che non ha chiesto un euro per pubblicarmi. Mandato il romanzo, arrivato il contratto, pubblicato l’anno dopo. E a chi è convinto che “se non hai conoscenze non pubblichi” voglio dire che io non conoscevo nessuno.
A quel punto ho cominciato a crederci e ho alzato l’asticella. Ho cercato una brava agente letteraria e con lei il terzo libro è uscito con Mondadori e il quarto con Feltrinelli, con cui uscirà anche il quinto.
Ora sento di potermi considerare una scrittrice professionista, me lo sono guadagnata.

Qual è, secondo te, l’importanza che ha la lettura nella vita di ognuno, o meglio: quale posto le si dovrebbe dare, indipendentemente dal lavoro o occupazione di ognuno?

Io penso che la lettura allarghi gli orizzonti, porti a un’apertura mentale simile a quella che può avere il viaggiare, forse anche di più. Leggere narrativa abbatte confini non solo geografici e culturali ma temporali, storici. Offre mondi. Leggere fa crescere, rende più ricchi, allena il pensiero, stimola emozioni, apre la porta ai dubbi.
Per chi ama scrivere, poi, è fondamentale. Non ho mai conosciuto, letto o saputo di (se non forse un paio di eclatanti eccezioni al mondo) bravi scrittori che non fossero anche degli appassionati lettori fin dalla giovinezza.

Come vedi, alla luce di quanto ci hai appena detto, la situazione dell’italiano medio a riguardo?

Non mi piace esprimere opinioni in campi nei quali non sono un’esperta o non ho avuto modo di approfondire. Posso parlare di sensazioni limitate a ciò che capita a me di vedere in giro, sui social per esempio. Purtroppo l’Italia, un tempo paese di artisti e pensatori, culla di una cultura che ha fatto storia, adesso sembra retrocessa di molti livelli. Si legge poco, lo dicono i dati editoriali, i lettori in Italia sono intorno al 40/42% e si vede. E magari in quel 40/42% c’è chi legge tre libri all’anno, forse le tipiche strenne natalizie. 
Le persone non sanno più scrivere in buon italiano ma tutte sentono il bisogno di esprimersi, e quello che vedo trovo sia la conferma della famosa frase di Moretti: chi parla male (o scrive male), pensa male. Le parole sono importanti, la lingua è importante, sapersi esprimere in modo corretto, saper mettere insieme le parole giuste nel modo giusto è importante, fondamentale direi. Sennò è come se mancasse qualcosa alla base, è come se io volessi vendere un abito fatto di pezzi di stoffa attaccati con la pinzatrice perché in realtà non so cucire e posso anche dire che è un abito ma non lo è, è un ammasso di stoffa confuso di scarso valore (a meno che non si stia parlando di superamento dell’accademico e di opera d’arte, ma non si sta parlando di quello, ci siamo capiti).
Ecco, io vedo tanta gente andare in giro con quei pezzi di stoffa ammucchiati addosso in malo modo e sostenere di essere ben vestiti. No. E non ne faccio una questione estetica, ma di forma e contenuto insieme.

Quanto e come hanno inciso le nuove tecnologie sul mondo dell’editoria?

Credo moltissimo. Un po’ come è successo con la fotografia: un tempo c’erano i rullini, ogni foto doveva venire bene perché poi era un costo farla sviluppare e stampare, si faceva attenzione, si selezionava, ci si limitava a ciò che sembrava meritasse davvero essere fotografato, stampato e magari duplicato. Poi sono arrivate le macchine digitali e via tutti a fotografare qualunque cosa con infinite minime variazioni, un’inflazione di foto, un calo drastico della selezione, tutti fotografi, tutti a mostrare le proprie immagini.
Con le nuove tecnologie non ti rovini più i polpastrelli a battere a macchina un intero romanzo, non ti sporchi più con la carta carbone per fare la copia di ogni singola pagina, e questo va benissimo, evviva. Ma ora tutti hanno una tastiera e un file di Word a disposizione, possono scrivere e cancellare senza problemi, possono salvare e inviare, possono autopubblicarsi o pagare qualcuno perché lo faccia, possono intasare le case editrici di inediti che vengono vomitati dagli hard disk a getto continuo.
Per carità, sono tutte possibilità in più, e chi è bravo, chi ha talento, può anzi distinguersi maggiormente, ma può anche restare sommerso dal troppo che stroppia. Basta vedere quanti si autodefiniscono “scrittori” senza che nessuna casa editrice abbia dato loro dei soldi per pubblicarli (perché è così che funziona: lo scrittore professionista viene pagato, non è lui che paga!).
Di nuovo, la possibilità che aumenta riduce la selezione.
E l’editoria, è innegabile, deve anche fare i conti con i nuovi spazi di visibilità, con i social, armi potentissime che possono essere straordinarie o deleterie per la promozione.
Gli autori stessi devono essere attivi sui social, cosa che se andiamo a ben vedere sta un po’ cambiando la natura dello scrittore che magari un pizzico di narcisismo può averlo, d’accordo, è bello sapere di essere letti da migliaia di persone, parlare con loro, conoscere le emozioni trasmesse, ma è anche un lavoro dover essere sempre presente, visibile, accattivante, interessante. Chi ama scrivere, tendenzialmente, ama starsene per conto proprio, nel proprio cantuccio. Le luci della ribalta sono belle se durano poco e poi torna la cara e rassicurante ombra, spazio più familiare a chi ha bisogno di inventare nella propria immaginazione nuove storie.

Per la lettura: carta o schermo? E perché?

Carta come prima scelta, ma confesso di essermi convertita all’e-reader da qualche anno. È più maneggevole, pratico, i libri costano meno, non occupano spazio (non so più dove metterli) e se leggo un tomo da settecento pagine continua a pesare un paio di etti nella mia mano o in borsa, e posso portarmi un’intera libreria in viaggio e scegliere cosa leggere in base all’umore.
Se gli e-book che leggo li amo particolarmente, mi compro poi la copia cartacea perché quelli mi piace tenerli, come i libri di alcuni autori: devo averli in cartaceo.
Da regalare, invece, non c’è storia: sempre e comunque il cartaceo.

Per la scrittura: penna o tastiera, e perché?

Tastiera, senza alcun dubbio, ormai da tanti anni. Certo, ho iniziato con la penna, ai miei tempi mica c’erano i computer, e avevo anche lì i miei rituali: sempre bic blu (non riesco a scrivere con la biro nera) e una nuova risma di protocolli a righe ogni volta che iniziavo una nuova storia da scrivere. Poi sono arrivati la tastiera del computer e Word, da quel momento la mia vita è migliorata. Vado molto più veloce di quando scrivevo a mano e posso seguire meglio i miei pensieri. A mano continuo a scrivere le mie liste, e l’agenda.

A proposito dei tuoi libri, abbiamo constatato che alcuni sono ormai introvabili: una bella soddisfazione aver esaurito le copie disponibili, non è così?

Sì, anche se bisogna considerare che quei due libri avevano avuto una tiratura molto limitata, forse mille copie il primo e duemila il secondo. E poi mi sono ripresa i diritti, quindi loro non possono più stamparne. Le tirature dei libri successivi hanno numeri decisamente diversi, e lontani, da quei due esordi. Insomma, sono contenta, molto, e soddisfatta, certo, ma esaurire i primi due titoli era più facile.

Chi cominciasse a conoscerti soltanto ora e volesse procurarsi i tuoi primi libri, ha qualche speranza in una ristampa?

Con quelle case editrici no. Comunque chissà che in futuro non si decida di andare a recuperarli e ridare loro lustro, sarebbe molto bello. Per ora chi desidera procurarsi i primi due libri deve cercare nell’usato, qualche mio lettore ci è riuscito.

Nella tua scrittura l’ironia sembra avere un ruolo importante. Per quel che abbiamo conosciuto di te, questo aspetto verrebbe da pensare sia mutuato da un approccio in tal senso anche nel reale, nel quotidiano e in qualche modo lo hai confermato rispondendo alle prime domande…

L’ironia e l’autoironia fanno parte di me. È anche un tratto distintivo dei Fiorio, a dirla tutta, diciamo che ci sono cresciuta. È il mio modo naturale di osservare, di vedere, di vivere. Il che non significa che io sia sempre lì a fare battute o a fare il giullare di corte, affatto, ma tendo a dissacrare o ad alleggerire con quella chiave di lettura che mi appartiene.

Le tue storie sembrano essere costruite su un intento quasi ‘dissacratorio’, ma, a ben guardare, nel loro sviluppo, il senso comune con il quale si interpreta la realtà, il circostante, viene ‘decostruito’ più che attaccato tout court: da uno spunto apparentemente contingente, i personaggi principali ripercorrono a ritroso le esperienze, individuali e collettive, ricostruendo e reinterpretando passo passo il tutto da una nuova prospettiva, e quindi ponendo le basi per un approccio diverso, forse migliore, più aperto e ‘accogliente’ verso gli avvenimenti e le cose della vita. È un’impressione sbagliata, oppure ci abbiamo preso?

Ci avete preso. È un po’ quello che dicevo nella risposta precedente: usare l’ironia non significa negare o sminuire, affatto, è invece un modo, almeno per me, per toccare temi anche delicati, difficili, dolorosi e portarli in superficie sulla punta delle dita. Anziché svuotare le viscere sul tavolo, prendo un’altra strada e vado a stuzzicare il cervello, offrendo, se posso, un punto di vista, una prospettiva, inusuale che può però mettere ancora più in luce un problema, farlo arrivare in altro modo e ugualmente con grande forza. Questo, almeno, è quello che provo a fare.

A nostro parere, ci riesci, e bene! Diremmo che richiede però una volontà: diventa un problema - forse - per chi è pigro… La pigrizia può essere una virtù in una persona? E in uno scrittore?

Insomma. E lo dico da pigerrima. I pigri hanno un sacco di alibi collaudati pur di rimandare qualcosa, la disciplina è qualcosa di molto ammirato negli altri, con quella rassegnazione da non provare nemmeno ad averne, che tanto… Vero è che quando ci si ferma, si smette di fare qualcosa di pratico, ci si concede un po’ di nulla apparente o anche di noia, in realtà si sguinzagliano i pensieri e l’immaginazione. Come diceva Conrad “Come faccio a far capire a mia moglie che anche quando guardo fuori dalla finestra sto lavorando?”. Quella però non è esattamente pigrizia. Io cerco di combatterla privandomi degli alibi.

Il Gruppo di Supporto Scrittori Pigri è ormai una realtà consolidata: come è nata l’idea?

L’idea di partenza è stata di Sara Lando, che ha creato il Gruppo di Supporto Fotografi Pigri e, dopo una prima edizione di grande successo, mi ha chiesto di fare lo stesso con gli Scrittori Pigri.
Nell’arco di varie edizioni, ormai quattro chiuse e la quinta prossima ad aprire le porte, ho limato, modificato, elaborato il laboratorio fino a crearne due di tipologie differenti: quello sulle tecniche narrative (che parte a metà gennaio) e quello sulla costruzione del romanzo (che parte a metà settembre).
Per tre mesi porto con me su un forum online tutti gli iscritti, tutti sotto nickname, e lì si lavora alla loro scrittura o alle loro idee, li faccio lavorare moltissimo, per me è un impegno a tempo pieno cinque giorni alla settimana (ma, lo ammetto, anche nel weekend passo dal forum, perché alla fine ci sto bene).
È molto bella l’atmosfera che si crea, un forte senso di comunità tra persone accomunate dalla stessa passione e per il resto di età, città, studi, professione molto diversi tra loro. Ma è lo spirito del GSSP, per quello è un laboratorio e non un corso, è attivo, si lavora insieme, ci si confronta, ci si aiuta, si fa, si crea. E ci si diverte anche, ovviamente. È un vivissimo spazio virtuale.
La formula dell’online è ottima e permette di seguire il laboratorio anche dal divano (siamo Pigri!) o comunque di non muoversi da casa o dall’ufficio (siamo Pigri!) e di non avere alibi perché non c’è lo spazio: si può frequentare quanto e quando si vuole, a seconda dei propri tempi e priorità, quindi niente scuse (anche se siamo Pigri!).
Io ogni volta ne esco spompata ma arricchita, mi dà sempre una grande forza, ho incontrato splendide persone con cui sono in contatto, tra di loro sono nate amicizie e si sono creati gruppi che restano nel tempo, molti tornano e rifanno l’altro GSSP se non, in diversi casi, lo stesso, insomma, dall’idea di Sara ho poi dato la mia impronta personale e creato qualcosa di molto mio, ormai riconosciuto e riconoscibile.
È molto bello quando amici scrittori mi chiedono “dei miei Pigri” o sono felici di prestarsi alle interviste che faccio fare agli iscritti (già, in ogni GSSP gli iscritti intervistano qualche professionista dell’editoria, scrittori ed editor).

Nel tuo ruolo di ‘docente’ o, se vogliamo, di ‘guida’, qual è il consiglio che più spesso ti sei ritrovata a dispensare?

Mettersi sempre in discussione, come prima cosa. Non difendere a spada tratta la propria idea o il proprio testo ma capire, con l’aiuto delle osservazioni che vengono fatte, se effettivamente funzionano ed essere pronti a modificare.
Presentare un testo se non perfetto, quasi, almeno dal punto di vista linguistico. La padronanza della lingua è importantissima, se si vuole scrivere, e non si deve sottovalutare nulla, né la punteggiatura né la sintassi, né, per dire, la dattilografia. Presentare un testo pulito, che permetta a chi lo leggerà di concentrarsi solo sulla storia e la voce dell’autore e non su tutti gli errori da correggere non è solo una forma di rispetto per il lavoro dell’editor o dell’agente, ma è una forma di rispetto per il testo e per se stessi. E aumenta le possibilità di essere letti.
E ovviamente, un altro consiglio su cui batto molto, è di mostrare quello che succede nella storia, non spiegarlo. C’è una forte tendenza alla spiegazione di emozioni, sensazioni, pensieri, paure, gesti, ma pochi sanno mostrarli. Quella è una delle grandi sfide di chi ama scrivere narrativa.
Ma questi sono solo i primi punti su cui mi trovo spesso a insistere, poi ci sono tutti quelli più specifici sulle tecniche, sull’efficacia di un testo, sul buon funzionamento di una storia o di un personaggio. Insomma, ce n’è da dire.

Come si parte quest’anno con GSSP?

Si parte bene, direi. Quasi cento persone hanno provato a vincere l’iscrizione gratuita con una gara di incipit e devo dire che molti testi erano di buon livello. Le iscrizioni stanno arrivando e gli iscritti per adesso vivono in dodici regioni italiane e uno a Londra (il potere di internet! Nessun confine geografico). Ci sono ancora posti a disposizione, ma il forum inizia il 18 settembre e io li faccio cominciare a lavorare subito, chi desidera vivere quest’avventura deve decidere adesso.
Insieme a me, per un periodo di tempo limitato, ci saranno anche due docenti d’eccezione: Alice Basso, scrittrice per Garzanti e, per altre case editrici, anche editor e valutatrice, e Margherita Trotta, redattrice per la narrativa in Mondadori. Loro interverranno sulla sinossi e sull’editing del primo capitolo che ogni iscritto scriverà del proprio romanzo. Se a qualcuno interessa saperne di più, trovate tutto sul sito www.scrittoripigri.com .

Valutare uno scritto è – crediamo – un compito che nasconde diverse insidie: quale la più ‘subdola’?

Non è il mio lavoro, per fortuna, però mi è capitato di farlo per alcuni concorsi letterari, come Il Bicicletterario, e lo faccio nel GSSP. Per me, la parte difficile è non farmi condizionare dai gusti personali ma riconoscere con oggettività quando un autore ha una buona scrittura e una “voce”. Per chi questo lo fa di lavoro immagino sia più facile grazie all’esperienza, ma penso che siano questi gli elementi principali. Poi, va da sé, un editor deve avere un bagaglio culturale enorme e aver letto molto più dell’immaginabile, anche per poter cogliere il valore di un testo e capire se è davvero originale nella sua idea.

Il ruolo dell’editing: come lo descriveresti?

Una premessa importante: io non sono una editor. Però lavoro con gli editor a livello professionale, quindi posso parlarvene dal mio punto di vista.
Per me, e lo dico sempre ai miei Scrittori Pigri, l’editor è il miglior alleato di uno scrittore. L’editor è quello che spulcia il testo, che vede tutto, che indica ogni piccolo granello di sabbia nell’ingranaggio, che fa le domande scomode, che aiuta a migliorare e a valorizzare l’inedito e la scrittura, senza mai metterci del proprio ma anzi tirando fuori il meglio dell’autore. Diciamo che è come un bravo allenatore con un bravo atleta: se lo porta alle Olimpiadi il merito è sia del suo lavoro che dell’atleta e del suo talento, sviluppato grazie all’allenamento.

Apprezzando moltissimo la tua scrittura, siamo ovviamente in attesa di poterti ‘leggere’ di nuovo: cosa bolle in pentola?

La pentola bolle e proprio in questi giorni ho firmato il contratto con Feltrinelli per il mio prossimo romanzo. Ne sono davvero molto felice. Non posso però dire ancora nulla, né il titolo (perché non so se terranno il mio), né la trama, né l’uscita (perché devono ancora deciderla). Voi aspettatemi!

Non dubitarne: saremo tra i primi a diffondere la notizia quando sarà certa! Tu , magari, dacci un aiutino ‘diretto’: volendo fornire al pubblico un motivo per acquistare un tuo libro, come ti rivolgeresti ai potenziali lettori?

Questa è una di quelle domande che mi imbarazzano moltissimo, io sono una di quelle che non dice di essere una scrittrice se non si trova costretta a farlo, ho un forte pudore e il rischio di sembrare presuntuosa è appostato dietro l’angolo. Come faccio a dire “Leggetemi”?
Leggete, ecco. Leggete quello che più fa suonare le vostre corde, leggete buoni libri, va benissimo anche se sono divertenti purché scritti bene, leggete qualcosa che vi faccia pensare, qualcosa che vi emozioni, qualcosa che vi indigni, leggete anche qualcosa che non vi piace, sviluppate i vostri gusti, capite perché quell’autore o quel romanzo non vi piacciono.
E se in tutto questo vi viene voglia di leggere anche me, fatemi sapere se vi ho lasciato qualcosa.

Questa tua discrezione e la sincerità che ne traspare sono l’aiuto migliore che avresti potuto darci! Siamo certi che chi ci legge apprezzerà. Ma ora veniamo a noi: cosa ti ha spinto ad accettare di entrare a far parte della Giuria de Il Bicicletterario?

Non ho dubbi: Giovanni. Mi hanno spinto le sue parole, l’affetto e la stima che, pur senza conoscerci personalmente, mi ha sempre trasmesso attraverso le sue mail, l’entusiasmo per questa iniziativa che avete, da quello che ho capito, creato dal nulla, con poche risorse ma tantissimo entusiasmo, l’impegno e il cuore che ci mette per mantenerla viva, il suo senso di gratitudine e di riconoscenza, il non dare mai per scontata una risposta o la mia disponibilità. Sembra poco ma in un mondo in cui tutti pretendono, prendono e raramente dicono grazie, trovare una persona consapevole di ciò che ti sta chiedendo e grata se accetti, è davvero cosa rara. E a maggior ragione vien da esserci, da collaborare con gioia.

E’ lo spirito con cui desideriamo continui sempre l’iniziativa: passione, condivisione, gratitudine. E quindi, una volta terminato l’impegno, come giudicheresti l’esperienza fatta per la terza edizione del Premio?

Ottima. Ben organizzata, molto seria, molto attenta a fare ogni cosa con totale trasparenza e correttezza, con i tempi giusti, senza affanno ma neanche troppo laschi da rischiare il dimenticatoio, grande disponibilità da parte di tutto lo staff e devo dire anche alcuni testi interessanti che è stato un piacere leggere.

Un suggerimento per chi si appresta a scrivere un racconto breve o un miniracconto per Il Bicicletterario.

Cercate di non stupire a tutti i costi e non indugiate nel descrivere i pensieri del protagonista, non fatela lunga con le spiegazioni, raccontate una storia, fate succedere qualcosa, fateci vedere la scena, fatecela vivere fino alla fine e chiudete il cerchio.

Infine, un saluto, per chi ci legge - e magari si è convinto a scrivere le proprie ‘parole in bicicletta’?

Fidatevi di questo premio. C’è dietro gente seria che ce la mette proprio tutta a fare le cose per bene e l’idea è molto bella: la bicicletta è sana, mantiene in forma e permette di vedere un mondo che altrimenti rischia di sfuggire. Un po’ come la lettura.
E avere la bicicletta come punto di partenza permette anche di non soffrire della sindrome del foglio bianco: pensate alla libertà che vi ha dato la prima volta che avete pedalato, pensate a dove siete stati o avreste voluto essere con la vostra bicicletta, pensate a quanto la amavate quando eravate bambini, pensate a chi non ne ha mai avuta una.
Insomma, ci sono spunti per ogni raggio di ruota, non avete scuse.


E se lo dice Barbara Fiorio, c'è da crederci!

Comunque, giuriamo su quel che volete che non l'abbiamo pagata per le parole spese a proposito de Il Bicicletterario!
Salutiamo e ringraziamo immensamente Barbara, con cui avremmo voluto chiacchierare ancora, ma il tempo è tiranno e non vogliamo toglierne a lei né a voi, anche perché avete un impegno: scrivere la vostra storia di biciclette, le vostre 'parole in bicicletta'...

Per saperne di più:



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